Il sapore delle limited edition

Il mio portabiglietti da visita

Quei piccoli oggetti che parlano di noi. Quei grandi oggetti che urlano di noi. A gran voce.

Quelle collane fatte a mano che possiedi solo tu. Magari con le perle vintage di quella maison francese che adori e della quale compreresti tutto. O anche semplicemente le torte preparate in casa cambiando le dosi o sostituendo gli ingredienti. Frutto dell’improvvisazione, frutto dell’ultimo minuto. Quei dolci che non hanno nulla in comune con i prodotti venduti in gdo. Il pane di montagna, quello con la crosta dura, che si spezza facendo rumore e sbriciolando ovunque. Ma che sa tanto di buono e di antico/caldo/domestico/rassicurante.

I concerti per pochi intimi. Dove i musicisti li puoi quasi toccare, dove il respiro del cantante è come un soffio all’orecchio. Le anteprime. Prima dell’evento, prima del clamore e del grande pubblico e della patinata, luccicante soirée. Gli accessi riservati e seminascosti. Le iniziali sulla camicia. Tue e solo tue. Le dediche tra il colophon e la prefazione dei libri regalati.

Ho scoperto di essere una malata di limited edition.

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